Istat, un quinto della popolazione arriva a fine mese con fatica


In Italia quasi 11 milioni di persone (il 18,6 per cento della popolazione) sono a rischio povertà, oltre un quinto della popolazione arriva a fine mese con difficoltà e oltre un quarto ha difficoltà a fare fronte a spese impreviste. Poco meno della metà della popolazione riferisce di non essere riuscita a risparmiare nell’ultimo anno mentre cinque milioni e 700 mila persone si trovano in una situazione di povertà assoluta. A fornire questo quadro drammatico è l’ultimo Rapporto Istat sullo stato del Paese che ha rilevato i principali dati relativi alle condizioni socioeconomiche della popolazione.
Spese per la casa e povertà energetica le criticità maggiori
Nel 2025 per il 35,9 per cento degli individui le spese per l’abitazione hanno rappresentato un onere economico pesante; il 22,4 per cento è arrivato alla fine del mese con difficoltà mentre il 47,7 per cento dichiara non è riuscito a risparmiare nell’ultimo anno.
Se da un lato quindi nel nostro Paese molte famiglie hanno fatto fronte a un bilancio mensile limitato, pur gestendo le spese in modo sostenibile anche attraverso il ricorso a prestiti personali, dall’altro una fetta della popolazione ha sperimentato forti limitazioni in termini di qualità di vita: il 35,7 per cento della popolazione non ha potuto permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa e il 25,6 per cento ha avuto difficoltà a fare fronte, con risorse proprie, a spese impreviste.
Ulteriori elementi di criticità sono stati evidenziati dal 5,2 per cento degli individui (più di 2 milioni di cittadini italiani e quasi 1 milione di stranieri) in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, non potendo permettersi sette o più beni/attività, su una lista di tredici, considerati essenziali per uno standard di vita adeguato. Le Isole (8 per cento) e il Sud (9,6 per cento) hanno registrato le incidenze più elevate.
Tra i fenomeni più preoccupanti vi è il dilagare della povertà energetica: è passata dal 7,7 per cento nel 2022 al 9,1 per cento nel 2024. I costi dell’energia, in costante aumento, hanno messo a dura prova le famiglie a basso reddito perché come spiega l’Istat, la povertà energetica, “è una sorta di moltiplicatore di disagio che non consente alle famiglie l’accesso a servizi essenziali come riscaldare o raffreddare la casa, cucinare, illuminare gli ambienti o utilizzare gli elettrodomestici di base”.
I fattori che incrementano la vulnerabilità economica e sociale
Le famiglie con persona di riferimento occupata non sono completamente indenni dalla povertà assoluta: nel 2024, il 7,9 per cento delle famiglie si trova in questa condizione. Questo valore varia però dal 7,4 per cento dei lavoratori indipendenti (che non sono imprenditori né liberi professionisti) al 15,6 per cento degli operai e assimilati. Sono le famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione ad avere l’incidenza più elevata (21,3 per cento). Le persone più istruite sono molto meno esposte al rischio di sperimentare gravi forme di deprivazione: tra la popolazione di 25 anni e più, solo il 2,3 per cento dei laureati, il 6,1 per cento dei diplomati e il 15,1 per cento di chi ha la licenza media.
Il titolo di studio rappresenta una delle variabili di maggiore impatto, in quanto fattore di protezione dalla vulnerabilità economica e sociale. Anche la cittadinanza si conferma una determinante cruciale, evidenziando la condizione strutturale di maggiore fragilità degli stranieri, legata a fattori come l’integrazione nel mercato del lavoro e il tipo di posizione lavorativa. Superiore alla media risulta il rischio per i disoccupati e gli inattivi (diversi dai ritirati dal lavoro), a testimonianza della stretta relazione tra la partecipazione al mercato del lavoro e le migliori condizioni economiche.
Per quanto riguarda la struttura familiare, si segnala una condizione particolarmente vulnerabile per le famiglie con più nuclei, per quelle composte da un solo genitore e, seppure con un’intensità più contenuta, per le coppie con figli. Si conferma, inoltre, a parità di caratteristiche individuali e familiari considerate, la maggiore vulnerabilità di chi risiede nel Mezzogiorno e dei 25-34enni, spesso caratterizzati da percorsi lavorativi più instabili.

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