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Il Mezzoggiorno è il più colpito dall'usura

25 ago 2014 | 3 min di lettura | Pubblicato da Maria Paulucci

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Il credito? È a dir poco in affanno. Nel nostro Paese, le banche hanno assegnato finanziamenti per quasi 100 miliardi di euro in meno a famiglie e aziende negli ultimi due anni. Con una minore quantità di denaro disponibile da una parte e, dall’altra, la disoccupazione in continua salita, il ricorso agli usurai diventa una realtà concreta e sempre più preoccupante specialmente nel Mezzogiorno, con particolare riferimento a tre regioni: Campania, Calabria e Abruzzo. Lo segnala la Cgia, ovvero l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, secondo la quale, tra la fine del 2011 e lo stesso periodo del 2013, la contrazione degli impieghi bancari alle famiglie e alle aziende è stata di 97,2 miliardi.

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Nel dettaglio, se i privati sono stati costretti a registrare un calo di 9,6 miliardi, che in termini percentuali equivale a un -1,9%, le società hanno dovuto pagare un conto ben più salato, con una diminuzione dell’8,8%, ovvero di 87,6 miliardi. “Questa flessione si deve non solo agli effetti della crisi e alla contrazione della richiesta di credito”, spiega il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, “ma anche all’incremento delle sofferenze bancarie, le quali a giugno hanno raggiunto i 168 miliardi di euro”. A fare da contraltare, c’è appunto il rischio usura. L’associazione evidenzia che il fenomeno è più significativo nelle regioni del Sud. Secondo l’ufficio studi, infatti, nel 2013 Campania, Calabria, Abruzzo, Puglia e Sicilia sono state le zone presso le quali questa insidiosa forma di credito ha registrato le punte più alte di penetrazione.

Riepilogando: laddove più alti sono la disoccupazione, i tassi di interesse, le sofferenze e i protesti – ai quali magari si somma una minore presenza di sportelli bancari – è più netta la tendenza a dire “sì” al credito usuraio. Premesso questo, va detto che sulla base di un indicatore nazionale medio pari a 100, la situazione più difficile si riscontra in Campania, dove l’indice del rischio usura è pari a 164,3. Al secondo posto di questa poco felice classifica si posiziona la Calabria, con un risultato che si colloca a 146,6. Decisamente sopra la media anche l’Abruzzo, che si attesta a 144,6, la Puglia, a 139,4, e la Sicilia, a 136,2. La meno esposta al pericolo è il Trentino Alto Adige, il cui indice del rischio usura è di 51,8 punti, ben 48,2 in meno rispetto alla media nazionale.

Si difendono discretamente bene anche le altre due regioni del Nord Est: per il Friuli Venezia Giulia l’indicatore è a quota 72,2, mentre per il Veneto è a 73,1. Con questi “voti”, le due aree si aggiudicano il penultimo e il terzultimo posto della graduatoria nazionale del rischio usura. “Pochi”, sottolinea Bortolussi, “conoscono le ragioni per le quali molte persone cadono nella rete degli strozzini. Tolta la crisi, sono soprattutto le scadenze fiscali a spingere molti piccoli imprenditori verso gli usurai”. Per quanto riguarda disoccupati e lavoratori, conclude Bortolussi, “sono i problemi finanziari che vengono a galla dopo brevi malattie, brutti infortuni, ma anche cerimonie importanti come matrimoni e battesimi ad avvicinare le persone all’usura”.

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