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Ma cos'hai messo nel caffè (per farlo pagare così caro)?

Pubblicato il 25-06-2026 | Aggiornato il 25-06-2026 | 4 min di lettura | Pubblicato da
franco canevesio
Franco Canevesio
italiani tra i primi in europa nei pagamenti digitali

Nei bar, negli autogrill, nelle stazioni e negli aeroporti arriva la versione doppia del caffè: quello standard e quello premium, o di qualità superiore, con una miscela 100% arabica rispetto a quella standard. E la versione premium, com'è ovvio, costa di più: non roba da dover fare prestiti personali pur di sorseggiarla, ma abbastanza per fare mugugnare i consumatori.

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Ma cos'hai messo nel caffè?

Si moltiplicano così le congetture su quale dovrebbe essere il prezzo giusto di un caffè, che a volte è troppo caro per il semplice motivo che non è fatto bene, a volte potrebbe costare di più per la qualità della miscela e del servizio. Quello che emerge adesso è la pratica di autogrill & Co di proporre due versioni del caffè espresso a prezzi differenti. Naturalmente uno è di qualità superiore, e la libertà di proporre prodotti diversi a prezzi diversi non è in discussione.

Allarme Codici

La questione viene rilanciata dall’associazione Codici e trae spunto da un approfondimento della testata specializzata Il Fatto Alimentare, che all’inizio di giugno raccontava lo sdoppiamento del caffè in autogrill: 1,50 euro quello normale, 2 euro quello “premium” con miscela 100% arabica. Gli esperti hanno analizzato i costi al dettaglio delle diverse miscele di caffè. Dall’analisi emerge che, a parità di dose utilizzata per una tazzina, circa 7 grammi, il maggior costo di una miscela arabica rispetto a una miscela standard si aggira solitamente intorno ai 10 centesimi

Il surplus di prezzo è giustificato?

“Se il caffè premium costa 40 €/kg, 7 grammi per una tazzina valgono 28 centesimi - scrive il Fatto Alimentare - Se la miscela è robusta il prezzo della materia prima scende a 17-18 centesimi. La differenza è nell’ordine di 10 centesimi, forse meno se il gestore acquista a condizioni migliori. Ma il sovrapprezzo richiesto al consumatore al banco può arrivare a 50 centesimi, fino a 5 volte superiore rispetto all’effettivo incremento di costo della materia prima. Tutto questo mentre servizio, preparazione, tazzina, zucchero sono gli stessi. Può anche essere che il caffè premium abbia un valore percepito diverso: il cliente che sceglie l’arabica o una miscela certificata non compra solo caffeina, ma un’idea di qualità, origine, sostenibilità e gusto superiore. Ma basta questo a giustificare un aumento del 33% sulla tazzina?”.

Caffè e trasparenza

Quello che viene venduto non è solo un diverso caffè ma è un valore percepito, un posizionamento di marketing, una versione premium che riflette il valore attribuito a quella tazzina. Ma tutto questo chiama in causa anche una questione di trasparenza. Più banalmente: quanto il consumatore distratto, che va di fretta o che non parla italiano comprenderà la differenza non di qualità ma di prezzo? È la questione che pone Codici quando si domanda quanto il sovrapprezzo sia giustificato e quanto invece possa rappresentare “un margine aggiuntivo scaricato sul consumatore senza adeguata trasparenza”. 

Codici: problema di mancanza di chiarezza

“Troppo spesso - spiega l’associazione - il cliente non viene messo nelle condizioni di comprendere, prima di ordinare, che la sola parola 'arabica' comporterà un aumento di prezzo significativo rispetto al caffè standard, con il rischio concreto che persone distratte, di fretta o non italofone si trovino a pagare un prezzo più alto senza averlo realmente scelto in modo consapevole”. 

Prezzo chiaro, subito

“Stiamo assistendo - sottolinea Il segretario nazionale Ivano Giacomelli - a una vera e propria speculazione ai danni dei consumatori, mascherata da un’apparente libertà di scelta. Non mettiamo in discussione il diritto di un bar a offrire prodotti di qualità diversa a prezzi diversi: è legittimo, ed è giusto che chi sceglie un caffè migliore paghi qualcosa in più. Quello che chiediamo è che il sovrapprezzo sia proporzionato e che il consumatore venga informato in modo chiaro, prima di ordinare, di quanto costerà davvero la sua scelta”.

Differenza di pochi cent o sovrapprezzo?

“Quando una differenza di pochi centesimi nella materia prima - prosegue Giacomelli - si trasforma in un sovrapprezzo di 50 centesimi al banco, senza alcuna comunicazione trasparente al cliente, non si tratta più di libero mercato: è un meccanismo che approfitta della distrazione o della fretta delle persone per gonfiare i margini. La qualità ha un costo, e che questo va riconosciuto. Ogni aumento di prezzo, però, deve essere proporzionato, comprensibile e comunicato in modo onesto, affinché la scelta del consumatore sia realmente libera e consapevole”.

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