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Come stanno i prestiti “green”?

12 nov 2021 | 4 min di lettura | Pubblicato da Maria Paulucci

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Quanto piace il verde alle banche e agli operatori del credito italiani? Alla domanda prova a dare una risposta la ricerca “Consumer ESG Credit”, realizzata da Crif in collaborazione con la Sda Bocconi School of Management e con Assofin e presentata in occasione del Crif Finance Meeting edizione 2021.

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Una ricerca che – si legge nella nota di Crif – “ha consentito di indagare, per la prima volta in Italia con riferimento ai finanziamenti retail, il grado di sensibilità verso le tematiche ESG di un campione di banche generaliste e operatori specializzati nel credito al consumo, multi-franchise e captive, rappresentativi del mercato italiano”.

Tutto ciò allo scopo di capire quale impatto stia avendo un tale fenomeno di trasformazione – o Megatrend, com’è chiamato oggi nel gergo di chi osserva le grandi linee di tendenza storiche, scientifiche, tecnologiche e sociali – sulla domanda e l’offerta di credito al consumo.

Di cosa parliamo quando parliamo di credito al consumo?

Un breve ripasso, qui, è utile. Rientra nel perimetro del credito al consumo ogni finanziamento chiesto, concesso, erogato e ottenuto per comprare beni e servizi per uso personale o familiare, o comunque per fronteggiare spese che riguardano la propria sfera privata e familiare (quindi non professionale o imprenditoriale).

A proporre questo tipo di finanziamenti, il cui ammontare può andare da un minimo di 200 euro a un massimo di 75mila, è una società bancaria o finanziaria, anche per il tramite di un fornitore di beni o servizi com’è il negoziante o il concessionario auto.

In quest’ultimo caso, siamo nel campo dei prestiti finalizzati, i quali, insieme ai prestiti personali e alle cessioni del quinto, rappresentano la forma generalmente più nota di credito ai consumatori (ma tra le varie forme di finanziamento, ricorda Bankitalia, ci sono anche l’apertura di credito in conto corrente e la carta di credito revolving).

Come si coniuga il credito al consumo con le tematiche “green”?

Ed è proprio su questo che vuol far luce la ricerca realizzata da Crif in collaborazione con Sda Bocconi e Assofin. In realtà, come sempre quando si tratta di prodotti scambiati sul mercato – e i prestiti altro non sono che prodotti, per ottenere i quali paghiamo un prezzo sotto forma di interessi, con la copertura offerta dal nostro merito creditizio e dalla polizza che eventualmente sottoscriviamo – è tutta una questione di domanda e offerta: se la domanda di un prodotto – in questo caso, il prestito “green” – aumenta, l’offerta non può non adeguarsi.

Ed ecco che, secondo l’analisi condotta dagli autori della ricerca, “il credito al consumo ‘green’ raggiunge il 7% del mercato e già oggi 8 banche su 10 offrono soluzioni dedicate, con agevolazioni per i consumatori”. Il peso sul totale del credito “destinato a finanziare l’acquisto di beni a basso impatto ambientale o che ne sostituiscono altri generando incrementi di efficienza nel consumo di risorse” continua a salire (prima era al 4%).

A fare da cartina di tornasole sono proprio i prestiti finalizzati: nel 2020, all’incirca un quarto di quelli per vetture nuove riguardava l’acquisto di veicoli ibridi ed elettrici. Ma anche dai prestiti personali arriva un riscontro interessante: “il 44% degli istituti finanziari”, ci dice Crif nella nota pubblicata sul suo sito, “ha evidenza che il credito concesso sia stato utilizzato per spese o investimenti ‘green’”. Per esempio, interventi per l’efficientamento energetico delle abitazioni.

In crescita anche le agevolazioni nell’offerta di finanziamenti “green”, tra piani d’ammortamento flessibili, tassi d’interesse più contenuti o nessuna spesa di istruttoria.

La spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza

Tutto questo, secondo la nota, avviene anche in risposta al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sapete cos’è? Brevissima sintesi:

  • all’inizio del 2020 scoppia la pandemia di Covid-19, che impone una pesante battuta d’arresto a tutta l’economia, ovunque nel mondo;
  • nella primavera del 2020 in Europa si comincia a parlare di Recovery Fund, un fondo per la ripresa per contrastare le conseguenze economiche della pandemia;
  • a luglio dello scorso anno, in un Consiglio Europeo straordinario, arriva l’ok al Recovery Fund;
  • i 27 Paesi Ue si mettono al lavoro sui piani per la gestione dei fondi che giungeranno da Bruxelles: in Italia vede così la luce il Piano nazionale di ripresa e resilienza;
  • il nostro Pnrr – come del resto i piani di tutti gli altri 26 Stati membri – dev’essere in linea con gli obiettivi europei, anche sotto il profilo della rivoluzione “green” e della transizione ecologica.

Per l’Italia, per agevolare rivoluzione verde e transizione ecologica, sono previste cifre importanti, che hanno già motivato la maggior parte degli intermediari finanziari italiani a integrare la sostenibilità nel proprio piano strategico e, soprattutto, a lanciare soluzioni in linea con i nuovi paradigmi di responsabilità ambientale, sociale e di corretta gestione aziendale. ESG, appunto: ovvero Environmental, Social, Governance. Si riparte da qui.

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