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Come cambiano i consumi con lo smart working

Pubblicato il 12 marzo 2020
Come cambiano i consumi con lo smart working

Dai consumi energetici alle spese per i trasporti

Si fa presto a dire smart working. Il coronavirus ha spinto (o costretto) imprese e lavoratori a operare da remoto. Ma “smart working” non è solo una questione di spazi. Perché il lavoro non sia solo “remote” ma anche “smart”, l'azienda dovrebbe dotarsi di un'organizzazione nuova. Senza cartellino da timbrare, servono modi diversi di misurare le performance (per progetti e risultati). E poi c'è una questione tecnologica, che non si limita a un pc e allo smartphone: che siano dispositivi aziendali o privati, è necessario garantire la sicurezza dei dati e delle informazioni. Oltre a tutti questi aspetti, direttamente legati al lavoro, ce n'è un altro che ne è una conseguenza: lo smart working (o anche solo il remote working) cambia la composizione dei consumi. Fuori dal caso straordinario della quarantena, nel quale non c'è piena libertà di scelta e (quindi) di consumo, se l'abitudine di lavorare da casa si ampliasse (l'Italia è uno dei Paesi europei che meno fa ricorso a organizzazioni “diffuse”), potrebbe avere effetti sostanziosi. Come?

Innanzitutto c'è, in assenza di dispositivi aziendali all'altezza, la necessità di dotarsi di pc e smartphone efficienti. Potrebbe quindi essere necessario un nuovo acquisto, anche passando da un prestito personale. Passando più tempo in casa, con tutta probabilità aumentano i consumi energetici. Potrebbero quindi essere fondamentali soluzioni che permettano di risparmiare e garantire maggiore sostenibilità, senza rinunciare al comfort. È il caso, ad esempio, di termostati e sistemi di illuminazione intelligenti.

Cambierebbe anche la spesa per i trasporti: l'auto privata potrebbe non essere più un'urgenza o comunque potrebbe esserci un risparmio sul carburante. Pranzare in casa non sarebbe più un'eccezione. Potrebbero quindi aumentare le spese nei negozi di alimentari. Al contrario, diminuirebbero quelle in attività che tradizionalmente incassano grazie agli uffici in pausa pranzo. Al di là del caso estremo rappresentato dal coronavirus (che ha obbligato bar e ristoranti alla chiusura), smart working non vuol dire lavorare solo da casa (per quanto sia l'opzione principale): vuol dire lavorare, potenzialmente, da qualsiasi posto. Si potrebbe optare per un co-working, oppure per attività commerciali che consentono di usare il proprio pc con tranquillità. Nelle grandi città, bar e caffetterie si sono già trasformate, offrendo sempre più spesso spazi per lavorare e non solo per bere un tè caldo.

La mobilità consentita dallo smart working e le sue caratteristiche potrebbero avere anche un peso sul mercato immobiliare. Da un lato, i lavoratori potrebbero abitare anche in zone lontane dalla sede della propria azienda, ma soprattutto, richiederebbero appartamenti che garantiscano (sia che si viva da soli che – a maggior ragione – con i compagni o la famiglia) spazi dedicati al lavoro, come piccoli studi-postazione. Si tratta di “effetti collaterali” che già oggi lavoratori da remoto (dipendenti e autonomi) vivono ogni giorno. Saranno tanto più consistenti quanto più ampia sarà l'adozione di soluzioni lavorative diffuse, anche quando l'emergenza sarà finita.

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Il profilo dell'autore

Paolo Fiore, giornalista professionista e leccese in trasferta: Bologna, Roma, New York, Milano. Dopo la Scuola di giornalismo Walter Tobagi, ha scritto per Affaritaliani, MF-Milano Finanza, l'Espresso, Startupitalia e Skytg24.it. Si occupa di economia e innovazione per Agi, FocuSicilia e collabora con il gruppo Rcs.

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